Articolo de La Nuova Sardegna sul libro “Paolo Carta, un vescovo del Concilio, Tra Puglia e Sardegna”

In un libro la vita di monsignor Carta

L’arcivescovo che conobbe padre Pio raccontato dagli storici Cabizzosu e Murtas

L’arcivescovo che conobbe padre Pio raccontato dagli storici Cabizzosu e Murtas. È dedicato a monsignor Paolo Carta, arcivescovo di Sassari negli anni immediatamente precedenti il Concilio Vaticano II, il nuovo libro degli storici Tonino Cabizzosu, parroco di Ittireddu, e Gianfranco Murtas, corredato dalla prefazione dell’arcivescovo Gian Franco Saba.

Il volume, edito dalla cagliaritana Ediuni, racconta una figura emblematica per quei tempi, le cui vicende si intrecciarono con alcuni importanti avvenimenti che li caratterizzarono. “Paolo Carta, un vescovo del Concilio tra Puglia e Sardegna” narra la vita dell’uomo che fu cappellano militare e operò anche in Spagna, resse per sette anni la diocesi di Foggia dove ebbe modo di conoscere padre Pio, passò poi all’arcidiocesi di Sassari e la traghettò verso il Concilio prima di divenire amministratore apostolico delle diocesi di Alghero per quattro anni e di Ozieri per i tre successivi.

Il ritratto che ne tracciano Murtas e Cabizzosu è quello di uomo dagli ampi interessi e dal grande cuore, descritto anche attraverso le parole della sua stessa autobiografia, che gli autori citano intervallandola con i loro interventi. Il tutto corredato da un’ampia appendice documentaria – tratto caratterizzante del rigore storico della ricerca – che dona una solida base a un racconto che resta comunque di scorrevole lettura, grazie soprattutto alla sua caratteristica di essere quasi un dialogo con il protagonista per la presenza delle sue stesse parole. Il volume già è disponibile nelle librerie. (b.m.)

La bonifica dell’Opera Nazionale Combattenti di Sanluri Stato


Di Alberto Medda Costella

«Chi scende alla stazione di Sanluri e si guarda intorno, non potrebbe certo credersi in un’azienda agraria modello. A trecento metri lontano si alza un fabbricato rurale, basso e senza carattere; intorno si stende un piano adusto, privo, quanto lontano l’occhio possa distinguere, di qualsiasi casa, di qualsiasi, albero grande o piccolo, di qualsiasi minuscola piega del terreno che possa far pensare ad un fiume, ad un torrente che passi, ad un poggetto, a qualcosa che rompa quella desertica uniformità. Solo all’orizzonte si alzano monti azzurrini indecisi. Il fabbricato rurale è detto “La Strovina”. È il magro centro principale, la povera capitale dello Stabilimento, dopo 84 anni dalla fondazione!»[1]

Sono le parole usate da Luigi Vittorio Bertarelli – geografo, speleologo e ciclista milanese – per descrivere il paesaggio dell’ex stagno di Sanluri, raccolte nella rivista del Touring Club Italiano[2]. Nonostante i lavori compiuti nel corso dell’800 e dei primi anni venti, il vecchio stabilimento Vittorio Emanuele non era riuscito a entrare a regime nella produzione agricola e la colonizzazione della piana tardava ad avviarsi.

La bonifica di su stai, così veniva chiamato lo specchio d’acqua del Medio Campidano, iniziò nel lontano 1831. In principio fu l’Ing. Giovanni Antonio Carbonazzi, ispettore e direttore del genio civile di Cagliari a presentare un piano per il prosciugamento dello stagno di Sanluri, a cui seguì qualche anno più tardi il tentativo di tre imprenditori francesi di creare una società per dare corpo e gambe al progetto[3]. Il re Carlo Alberto chiese che il futuro stabilimento fosse intitolato al principe ereditario Vittorio Emanuele. Tutto però si concluse miseramente e la società fallì nel 1847, lasciando in abbandono i pochi caseggiati costruiti.

Subentrerà il maggiore creditore, il marchese Ludovico Andrea Pallavicini di Genova, senza però nulla modificare, se non compromettere già quanto era stato fatto fino ad allora. Solo nel 1902 ci sarà l’intervento dello Stato che esproprierà lo Stabilimento appaltando nuovi lavori di bonifica, che anche se non saranno risolutivi porranno comunque le basi per i successivi interventi[4]. La palla passerà all’Ente Autonomo di Bonificamento della Sardegna che porterà avanti l’ordinario cedendo finalmente la gestione all’Opera Nazionale Combattenti il 1° ottobre 1919[5].

Ma torniamo al nostro Bertarelli. Morì nel 1926, senza poter raccontare l’arrivo del primo colono nel 1928[6]. Nel 1922, anno in cui viene editata la rivista, i progetti per i lavori risolutivi della bonifica sono già stati presentati e nella piana si sta organizzando la raccolta dei materiali necessari per costruire le vie di comunicazione che possano agevolare i lavori nell’area, compresa l’edificazione di una borgata e la costruzione dei caseggiati rurali. Anche qui, come nella bonifica della Società Bonifiche Sarde, verrà reclutata manodopera locale[7]: «dormono nelle baracche e nelle costruzioni dello Stabilimento e tornano nelle loro case il sabato, favoriti dall’uso dell’orario inglese. Da San Gavino, da Sanluri, da Samassi, da Villacidro, un po’ anche da Sardara e da altri paesi più lontani, proviene per ora, con faticosa migrazione settimanale, la mano d’opera dello Stabilimento», scrive Bertarelli. La malaria, qui come nell’Oristanese, crea parecchi problemi all’avanzamento dei lavori, con febbri che costringono, quando va bene, gli operai a un mese di degenza. «Ma fra pochi anni bonificato il fondo, coltivatolo e risanatolo, costruite le case, la penosa transumanza cesserà: un più umano modo di vivere avrà principio, sul proprio campo coltivato con frutto, sotto il proprio tetto nella propria famiglia»[8].

I nuclei di fabbricati sono concentrati nei centri di Strovina, San Michele e Stagnetto. Per spostarsi da un luogo all’altro occorre fino a un’ora di cammino. Per agevolare il lavoro si decide di costruire undici cascinali per i coloni, sul modello di quelli lombardi, riadattati al contesto sardo, in modo tale che il luogo di lavoro risulti distante non più di 500 metri. «Il concetto ispiratore è quello di creare più borgate rurali, instaurando intorno ad esse una agricoltura quanto si possa continuata ed intensiva, tale da attrarre e trattenere i coltivatori creando loro buone condizioni d’ambiente»[9]. Nei progetti la prima tra queste è Strovina, con circa 50 «casette coloniche, ciascuna con un bell’appezzamento di terreno per orto e per allevamento di animali domestici»[10].

L’ex stagno presenta comunque dei problemi: il terreno è argilloso e impermeabile, e contiene ancora un’alta presenza del tenore salino[11]. L’arrivo di un grosso apparecchio tedesco per arature viene per l’occasione montato sul posto da tre operai arrivati appositamente dalla Germania (uno dei quali colpito da malaria e morto). Si fanno anche delle previsioni in merito al possibile reddito che le vacche da latte avrebbero potuto dare al territorio e al servizio che queste avrebbero reso alla vicina città di Cagliari. Di come poi le cose andarono realmente non sappiamo praticamente nulla. Qualcosa è stata recuperata grazie alla memoria dei suoi abitanti. Provvidenziale in tal senso un calendario del 2014 dato alle stampe per ricordare l’alluvione del 2013. Oltre a delle bellissime foto d’epoca, viene riportata anche un po’ di storia di questa bonifica, sconosciuta ai più, soffocata da quella ben più celebre della SBS. La sua storia si intreccerà comunque indissolubilmente con quella del centro oristanese, non solo per le modalità con cui vennero portati avanti i lavori, ma anche per la condivisione di alcune famiglie coloniche, passate per Mussolinia e giunte nella tenuta dell’ONC di Sanluri.


[1]L.V.Bertarelli, Terra Promessa, le bonifiche di Coltano, Sanluri, Licola e Varcaturo dell’Opera Nazionale Combattenti, Milano, Arti Grafiche Modiano, 1922, p. 91.

[2] Fu uno dei fondatori e scrisse più di 300 articoli.

[3]UmbertFerrant, Rodolfo Ersham ed Eugene Cullet di Montarfier.

[4] L’idea era di fare dello stabilimento un’unica grande azienda, che sarebbe servita come modello per tutti gli agricoltori del Campidano.

[5] Per una storia dell’Opera Nazionale Combattenti vedi. Aa.vv. 36 Anni dell’Opera Nazionale Combattenti, Roma, ONC, 1955.

[6] “Da stagno a stagno. La bonifica infinita”. Il calendario è stato realizzato per aiutare le famiglie colpite dall’alluvione del 2013Vi è una foto d’epoca del vecchio stagno e una più recente con le case circondate dall’acqua. In ogni mese foto della vita comunitaria, e perfino dei primi coloni, tutte accompagnate da una serie di note che consentono a un neofita di poter conoscere a grandi linee la storia di questa piccola bonifica. Si leggono anche i nomi dati alle aziende.

[7] Nella piana della SBS i gli scarriolanti, carpentieri, zappatori lavoratori saranno soprattutto terralbesi, marrubiesi e arcidanesi.

[8]L.V.Bertarelli, Terra Promessa, op. cit. pp. 115-116. La marcia su Roma non è ancora avvenuta e la stessa retorica che caratterizzerà documentari, articoli e discorsi, non celebra in modo enfatico i lavori, ma anzi evidenzia le difficoltà mettendo in risalto i sacrifici umani.

[9]Ivi p. 100

[10]Ibidem.

[11] Sono peraltro gli stessi problemi che avranno i terreni prosciugati dello stagno di Sassu, nell’agro della SBS.